Articolo di Francesco Marrapodi.
LONGINO E LA MALEDIZIONE CHE DA SECOLI IMPERVERSA SULLA LOCRIDE
Il legionario romano che trafisse Cristo con la sua lancia si chiamava Longino. Menzionato nel Vangelo di Giovanni, fu lui a sferrare il colpo al costato di Gesù nell’intento di constatarne la morte. Da quella ferita scaturì anche un fiotto di sangue che gli bagnò il volto, guarendolo all’istante da una grave malattia agli occhi, e che illuminò la sua anima fino alla conversione al cristianesimo.
Da quell’episodio, consumatosi sul Golgota, si leva una fitta nebbia, dove la storia documentata e il mito popolare si fondono fino a creare un quasi capo d’accusa. È una memoria custodita tra i vicoli reconditi dei borghi calabresi e nei canti drammatici del Venerdì Santo, che sussurra una verità scomoda e magnetica al tempo stesso, arricchita da ulteriori notizie: gli aguzzini che torturarono e crocifissero il Nazareno, il centurione che gli accostò alle labbra la spugna intrisa d’aceto e lo stesso Longino erano figli della Calabria. Non solo: persino il legno di quel patibolo profumava delle foreste dell’Aspromonte. Ma quanta verità c’è dietro questa notizia che per secoli ha gravato come un oscuro decreto impresso a fuoco sulla Calabria Ionica?
LA LEGIO X FRETENSIS: I GUERRIERI DEL REGGINO A GERUSALEMME
Per ritrovare il legame storico è necessario scavare negli archivi militari dell’Impero Romano, seguendo le tracce di sangue e ferro lasciate dalla Legio X Fretensis. Questa legione d’élite fu fondata intorno al 41 a.C. da Ottaviano con un mandato d’acciaio: strappare il dominio dello Stretto di Messina a Sesto Pompeo.
Il nome stesso della legione ne dichiara la culla d’origine: Fretensis significa letteralmente “del Fretto”, ovvero lo Stretto. Per forgiare questa macchina da guerra, Roma attinse a piene mani dalle stirpi indomite che popolavano la costa calabra e l’antica via Popilia. Quei legionari erano Reggini e Bruzii, uomini d’Aspromonte e di mare, celebri per la loro tempra dura e inflessibile, che abitavano la fascia ionica meridionale e la Locride.
Intorno al 6 d.C., la Fretensis fu schierata in Oriente, tra i deserti della Siria e le pietre della Giudea, con il compito di soffocare le fiamme della ribellione nella provincia più turbolenta dell’Impero. Quando Ponzio Pilato firmò la condanna a morte di Gesù, a eseguire l’ordine sul Golgota c’erano proprio gli uomini di quella legione. Tra le loro fila, secondo il mito, militavano il centurione Longino e il soldato Stefanone, colui che offrì la spugna di aceto. Erano i figli della Calabria, trasformati dal disegno della storia nel braccio armato dell’Impero in Terra Santa.
IL LEGNO DELL’ASPROMONTE: L’OMBRA DELLA “SILVA BRUTIA”
Accanto alla carne dei carnefici, la leggenda stringe un patto con la materia stessa del martirio. Per i romani, la Calabria meridionale non era solo una fucina di soldati, ma una gigantesca e impenetrabile cassaforte verde. I boschi fitti della Sila e dell’Aspromonte — la leggendaria, mitica Silva Brutia — fornivano il legname più pregiato e incorruttibile dell’Impero, ideale per le chiglie delle navi da guerra e per i templi monumentali.
Una potente narrazione orale narra che robusti pali di quel legname fossero stati esportati dai romani fino ai porti della Giudea per essere destinati alle esecuzioni capitali, in virtù della loro mitica indistruttibilità. Secondo questa millenaria tradizione, la croce di Cristo non fu ricavata dai miti ulivi della Galilea, ma fu scolpita nei tronchi degli alberi cresciuti sulle vette impervie e nebbiose dell’Aspromonte. Un legame totale, tragico e perfetto: condannato da un giudice romano, giustiziato da braccia calabresi su legno calabrese.
LA “MALEDIZIONE” E I CATACLISMI DELLA TERRA
L’essere identificati nei secoli successivi come i “carnefici di Dio” generò una fosca e potente superstizione. Prese così forma il mito di una maledizione ancestrale, un debito di sangue scagliato sul popolo calabrese di questa particolare fascia territoriale. In un’epoca in cui la fede spiegava ogni sconvolgimento della natura attraverso la lente del castigo divino, la coscienza popolare trovò in quella colpa primordiale la chiave di volta di tutte le sofferenze della regione. I terremoti devastanti che hanno storicamente flagellato lo Stretto e squarciato la Calabria, le alluvioni, le carestie e la miseria nera non erano visti come semplici eventi geomorfologici, ma como l’eco sorda dell’ira divina. Una punizione biblica mai del tutto espiata per il sangue versato sul Golgota da quella legione perduta.
TRA FEDE, FOLKLORE E MEMORIA
Oggi, la storiografia moderna e la teologia hanno giustamente relegato la “maledizione” al rango di un antico e ingiusto pregiudizio teologico. Eppure, questo oscuro racconto rifiuta di morire: sopravvive, eterno, nel DNA culturale della Calabria. Si respira ancora nei lamenti funebri della Settimana Santa, nelle rappresentazioni viventi della Passione che infiammano i borghi dell’entroterra e nei canti dialettali tramandati a voce, dove i soldati romani vengono descritti con tratti rudi e familiari. Quasi a voler esorcizzare, attraverso l’ardore della fede e della devozione, quel tragico, fatale appuntamento con la storia avvenuto duemila anni fa sotto il sole implacabile di Gerusalemme.