Berlinguer e il dopo Berlinguer

La grande eredità politica e morale di Enrico Berlinguer, il ricordo di una stagione di partecipazione democratica e l’amarezza per ciò che è venuto dopo.

di Mario Murdolo

Enrico Berlinguer, sardo di origine, dopo un’intensa attività nelle organizzazioni giovanili del Partito Comunista Italiano e un lungo percorso di formazione politica, divenne uno dei dirigenti più autorevoli del PCI. Vicino a Luigi Longo, nel 1972 fu eletto segretario nazionale del partito, dando inizio a una stagione che avrebbe lasciato un segno profondo nella storia politica e democratica del nostro Paese.

Berlinguer dimostrò subito di possedere le qualità di un grande dirigente politico: intelligenza, lungimiranza, equilibrio, rigore morale e una straordinaria capacità di comunicare con il popolo.

Ma ciò che più mi piace ricordare è la concezione della politica che egli rappresentava: una politica fatta di partecipazione, confronto, discussione e presenza costante sul territorio.

Il PCI disponeva di una rete capillare di sezioni, federazioni e organizzazioni locali che costituivano autentici luoghi di formazione politica e democratica. Anche i paesi più piccoli avevano la possibilità di partecipare attivamente alla vita del partito e alle grandi discussioni nazionali.

Anche il mio paese, Bivongi, aveva la sua sezione comunista.

Ricordo ancora quella bandiera rossa esposta all’esterno, le copie dell’Unità all’interno, le riunioni, i dibattiti, le discussioni appassionate. Ci chiamavamo tutti compagni, ci davamo del tu anche quando non ci conoscevamo personalmente, perché sentivamo di appartenere a una comunità unita da ideali, valori e speranze condivise.

Quella sezione non era soltanto una sede di partito. Era una vera scuola di democrazia.

Berlinguer possedeva inoltre un carisma raro, discreto ma irresistibile. Non aveva bisogno di alzare la voce o ricorrere a gesti teatrali per conquistare l’attenzione. Parlava lentamente, con quella sua caratteristica erre sarda, scegliendo con cura ogni parola.

Quando interveniva nelle tribune politiche televisive, milioni di italiani lo ascoltavano con attenzione, rispetto e interesse, anche quando non condividevano le sue idee.

E quando parlava della questione morale, le sue parole assumevano un significato che andava ben oltre i confini del Partito Comunista. Parlava dell’onestà nella vita pubblica, della dignità delle istituzioni, della responsabilità di chi governa e della necessità di impedire che la politica diventasse uno strumento di interessi personali.

Erano parole che conservano ancora oggi una straordinaria attualità.

Indimenticabili erano anche i grandi comizi, le piazze gremite, le manifestazioni popolari e le Feste dell’Unità.

Chi ha vissuto quella stagione non può dimenticare le immense folle di piazza San Giovanni a Roma, l’entusiasmo dei militanti, le bandiere rosse, i canti, gli applausi e la partecipazione di migliaia e migliaia di persone.

Le Feste dell’Unità rappresentavano qualcosa di più di semplici appuntamenti politici. Erano occasioni di incontro, di confronto tra esperienze diverse, di conoscenza reciproca tra militanti provenienti da regioni lontane.

Erano momenti di autentica vita democratica.

A Berlinguer va riconosciuto anche il merito di aver cercato di portare il PCI nell’area delle responsabilità di governo attraverso la strategia del compromesso storico.

Egli comprese che, di fronte ai grandi problemi dell’Italia — la crisi economica, il terrorismo, le tensioni sociali e le difficoltà delle istituzioni — fosse necessario ricercare forme di collaborazione tra le principali forze democratiche e popolari.

Il dialogo con il mondo cattolico e con la Democrazia Cristiana, rappresentata in quella fase soprattutto da Aldo Moro, costituiva uno degli aspetti più significativi di questa strategia.

Berlinguer non proponeva la rinuncia agli ideali comunisti, ma la ricerca di una responsabilità condivisa nell’interesse generale del Paese.

Il PCI raggiunse risultati elettorali straordinari, fino allo storico sorpasso sulla Democrazia Cristiana alle elezioni europee del 1984, avvenute pochi giorni dopo la morte del suo segretario.

Poi arrivò quel terribile giugno del 1984.

Durante un comizio a Padova, Berlinguer fu colpito da un grave malore. Continuò il suo intervento fino a quando gli fu possibile, dimostrando ancora una volta il suo profondo senso del dovere. Morì pochi giorni dopo, l’11 giugno.

Con lui scompariva non soltanto un grande dirigente politico, ma un punto di riferimento morale per milioni di italiani.

E con la sua morte, ai miei occhi, cominciò lentamente a spegnersi una stagione politica irripetibile.

Ma ciò che ancora oggi mi provoca amarezza, rabbia e indignazione è soprattutto quello che è accaduto dopo.

Coloro che avrebbero dovuto custodire e valorizzare la sua eredità politica e morale, a mio giudizio, hanno progressivamente imboccato una strada completamente diversa.

Sono cambiati i nomi dei partiti, i simboli, i linguaggi, i metodi di organizzazione e perfino il modo di intendere il rapporto tra dirigenti e militanti.

Sono scomparsi, o sono diventati sempre più rari, gesti e simboli che avevano accompagnato intere generazioni: il pugno chiuso, il canto di Bandiera Rossa, il richiamo alla parola compagno, l’orgoglio di appartenere a una comunità politica.

Ma ciò che considero ancora più grave è il progressivo indebolimento delle sezioni territoriali, delle federazioni e di quegli strumenti di partecipazione che permettevano anche al più umile militante di far sentire la propria voce.

Mi domando spesso: dove sono finite quelle piazze affollate, quei comizi appassionati, quelle assemblee nelle quali si discuteva apertamente e si costruivano insieme le scelte politiche?

Ricordo con grande nostalgia la piazza del mio paese, Bivongi, gremita di persone durante le campagne elettorali.

Non erano presenti soltanto i comunisti. Venivano anche cittadini di altre convinzioni politiche, semplicemente per ascoltare, conoscere, confrontare idee e programmi.

Era una partecipazione spontanea, autentica, profondamente democratica.

E ricordo che a Bivongi non arrivavano soltanto i candidati locali. Venivano anche dirigenti e rappresentanti politici da Roma e da altre regioni, per sostenere il nostro partito e incontrare i cittadini.

Tra questi ricordo con particolare affetto le figure dell’onorevole Marchi e di Simona Dalla Chiesa, la cui presenza nella nostra piccola comunità rappresentava per noi un segno importante di attenzione e considerazione.

Se personalità politiche provenienti da così lontano trovavano il tempo di raggiungere un piccolo paese della Calabria, significava che anche una sezione come quella di Bivongi aveva un ruolo riconosciuto e rispettato nell’organizzazione del partito.

Nessuno si sentiva insignificante.

Anche il segretario di una piccola sezione poteva confrontarsi direttamente con un parlamentare o con un dirigente nazionale.

Oggi, invece, troppo spesso ho la sensazione che il rapporto umano sia stato sostituito da una politica distante, impersonale, fatta di telefonate, messaggi e indicazioni che arrivano dall’alto.

Il dirigente di turno, magari mai incontrato personalmente, ti telefona per indicarti quale candidato sostenere. Un candidato che, nella migliore delle ipotesi, hai conosciuto soltanto attraverso uno schermo.

Poi, una volta eletto, può accadere che scompaia, senza neppure sentire il dovere di tornare a ringraziare chi lo ha sostenuto.

E così il militante, che un tempo era protagonista della vita democratica, rischia di diventare un semplice strumento elettorale.

È questa la politica che ci aveva insegnato Berlinguer?

È questa l’eredità di quelle sezioni, di quelle assemblee, di quei dibattiti nei quali ciascuno poteva esprimere liberamente il proprio pensiero?

Io credo di no.

La mia indignazione diventa ancora più profonda quando penso all’immenso patrimonio politico, umano e organizzativo che Berlinguer e intere generazioni di militanti avevano contribuito a costruire.

Un patrimonio fatto di sacrifici, di lotte sociali, di impegno quotidiano, di passione civile e di una presenza territoriale straordinaria.

Un partito capace di parlare agli operai, ai contadini, agli studenti, agli intellettuali, agli anziani e ai giovani. Un partito che aveva saputo conquistare la fiducia di milioni di italiani.

Eppure, negli anni successivi, quel patrimonio è stato profondamente trasformato e, per molti aspetti, disperso.

Non considero il cambiamento in sé un errore. I tempi cambiano, la società si trasforma e anche i partiti devono sapersi rinnovare.

Ma rinnovare non dovrebbe significare cancellare la propria storia, perdere il contatto con la gente o rinunciare ai valori fondamentali che hanno dato senso a un’esperienza politica.

Ho vissuto con profonda delusione anche le divisioni, le rivalità personali e i conflitti interni che hanno attraversato la sinistra italiana.

La caduta del primo governo Prodi nel 1998, provocata dalla perdita della maggioranza parlamentare dopo il venir meno del sostegno di Rifondazione Comunista, e le successive contrapposizioni tra le diverse componenti del centrosinistra rappresentano, ai miei occhi, alcuni dei momenti più dolorosi di questa storia.

Troppe volte le divisioni hanno prevalso sulla capacità di costruire un progetto comune.

E mentre si consumavano scontri interni, rivalità e continue trasformazioni organizzative, una parte crescente dell’elettorato perdeva fiducia e si allontanava dalla partecipazione politica.

A tutto questo si aggiunge un’altra questione che considero fondamentale: quella morale.

Berlinguer ne aveva fatto uno dei punti centrali della propria azione politica.

Oggi, quando emergono scandali, inchieste e comportamenti discutibili che coinvolgono esponenti di diverse forze politiche, provo un senso di profonda amarezza.

Soprattutto quando a essere coinvolti sono rappresentanti di quella sinistra che avrebbe dovuto fare del rigore, della trasparenza e dell’onestà un tratto distintivo.

Non si può parlare di moralità al mattino e dimenticarla la sera, quando entrano in gioco interessi personali o convenienze di potere.

La questione morale non può essere uno slogan da utilizzare durante le campagne elettorali. Deve essere una regola di comportamento quotidiana, valida per tutti e senza eccezioni.

Io sono diventato comunista negli anni in cui Berlinguer rappresentava un riferimento politico e morale. Ho creduto profondamente in quegli ideali e continuo a riconoscermi nei valori della giustizia sociale, della solidarietà, dell’uguaglianza e della dignità umana.

Ma, di fronte a ciò che considero uno stravolgimento di quella esperienza, ho scelto di prendere le distanze dalle attuali organizzazioni partitiche.

Come ho scritto anche in una mia poesia, ho scelto di essere un battitore libero.

Non ho tessere, non indosso casacche e non accetto lezioni di moralità da chi non dimostra con i fatti di rispettare i principi che proclama.

Questo non significa aver rinnegato i miei ideali.

Al contrario, significa volerli custodire senza dover necessariamente appartenere a un partito.

Perché essere fedeli a un ideale non vuol dire obbedire a un dirigente, ma restare coerenti con i propri valori.

Ed è proprio questa coerenza che continuo ad ammirare nella figura di Enrico Berlinguer.

Un uomo che ha rappresentato, per milioni di italiani, un esempio di serietà, sobrietà, responsabilità e dedizione alla vita pubblica.

Quando ripenso alla stagione di Berlinguer e di Aldo Moro, al tentativo di costruire un dialogo tra grandi culture politiche differenti, non posso evitare di interrogarmi sulle occasioni perdute dalla politica italiana.

E quando guardo alla frammentazione della sinistra, alla perdita di partecipazione e alla distanza crescente tra cittadini e rappresentanti politici, la mia amarezza diventa ancora più grande.

Non pretendo che il tempo torni indietro. So bene che quella stagione appartiene alla storia e che non tutto può essere riproposto nelle stesse forme.

Ma credo che una lezione di Berlinguer resti ancora valida: la politica deve essere prima di tutto servizio, partecipazione, responsabilità e rispetto delle persone.

Non può ridursi a una competizione per le poltrone, a una somma di ambizioni personali o a una ricerca continua del consenso elettorale.

La politica deve tornare tra la gente, nelle piazze, nei piccoli paesi, nei luoghi dove si vive e si affrontano ogni giorno le difficoltà della società.

Deve tornare ad ascoltare prima di pretendere di essere ascoltata.

E deve ricordare che anche il più piccolo militante, anche il cittadino di un paese come Bivongi, merita attenzione, rispetto e considerazione.

Perché la democrazia non vive soltanto nei palazzi del potere. Vive soprattutto nel rapporto quotidiano tra le persone.

Berlinguer ci ha lasciato una grande eredità politica e morale. Quello che è venuto dopo, a mio giudizio, non sempre è stato all’altezza di quell’eredità.

Io continuerò a custodire il ricordo di quella stagione, della nostra sezione di Bivongi, della bandiera rossa, delle copie dell’Unità, dei comizi affollati e di quei compagni che credevano sinceramente nella possibilità di costruire una società più giusta.

Perché si possono cambiare i nomi dei partiti, i simboli e le strategie, ma non si può cancellare ciò che una grande esperienza collettiva ha lasciato nella coscienza di chi l’ha vissuta.

E io, pur essendo oggi un battitore libero, continuerò a riconoscermi in quella bandiera ideale che Enrico Berlinguer ha saputo rappresentare con dignità.

Quella della questione morale, della giustizia sociale e del rispetto per il popolo.

Pubblicato da Tele Montestella

Rete web televisiva della Vallata dello Stilaro con sede a Pazzano (RC). Tele Montestella arriva sui social 2010 diventando poi una pagina Facebook nell’aprile 2013 ma possiamo dire che l’idea e le prime iniziative di informazioni nascono 1982. Un giovane Antonio Russo, ora presidente dell’Associazione Radio Tele Montestella Web”, iniziò ad appassionarsi al mondo delle comunicazioni quando suo padre Ciccio Russo comprò la sua prima telecamera. Da lì inizio una ricca documentazione sulla Vallata dello Stilaro ed oltre, cimentandosi anche nella realizzazione di Radio arrivando a creare il primo canale televisivo Tele Montestella. Oggi la comunicazione si è spostata sui social, sono cambiati i mezzi ma l’obiettivo è uguale: informazione e valorizzazione della nostra Vallata dello Stilaro e di tutta la Calabria, condividendo con voi la bellezza, le tradizioni e tutto ciò che questa terra ha da offrire.

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