Articolo Di Lucia De Cicco.
Nell’ambito del XXVII Convegno nazionale di pastorale della salute, in programma dal 18 al 21 maggio 2026 a Falerna, dal titolo “Scoperchiarono il tetto, la dimensione comunitaria della Pastorale”, si è svolto anche l’incontro aperto soprattutto a informatori e comunicatori dei media: “Comunicare la sanità, aspetti deontologici e rispetto per chi soffre”.
Sono intervenuti il presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Calabria, Giuseppe Soluri, don Enzo Gabrieli (consigliere regionale dell’Odg e comunicazione sociale della diocesi cosentina) e il sociologo Massimiliano Padula.
La sanità rimane un argomento spinoso, soprattutto per la Calabria, tra ritardi, tagli e carenze nel settore. Ancora più difficile è il modo in cui comunicarla, e comunicarne, a favore dell’ammalato, da parte della stampa, nel delicato equilibrio tra cura e diritto alla privacy.
Ricca la relazione di don Enzo Gabrieli che, attraverso le immagini evangeliche richiamate anche nel titolo del convegno nazionale, ha provato a delineare alcune linee guida alle quali un giornalista attento dovrebbe guardare per tutelare gli ammalati e le loro famiglie, spesso i più esposti quando si parla di sanità nella corsa alla notizia.
Parlare di sanità significa parlare delle case e degli ospedali, luoghi in cui l’ammalato esprime la parte più dolorosa della propria condizione: fragilità e vulnerabilità. La comunicazione, quindi, non può essere ridotta a un linguaggio burocratico. Così ha affermato don Enzo Gabrieli:
«Ogni parola pronunciata accanto a un letto d’ospedale può diventare una ferita o una carezza… La comunicazione sanitaria deve quindi fondarsi su un’etica della prossimità… Il giornalista che racconta la sanità svolge un autentico servizio di cura… contribuisce a costruire uno sguardo sulla realtà».
E ancora:
«La comunicazione diventa parte di quel “circuito del bene” che attraversa la vita degli uomini impegnati nella cura… sorrisi, sguardi, mani tese, parole gentili, ascolto, silenzi rispettosi. Tutto ciò spesso non fa notizia, ma rappresenta il cuore più autentico dell’esperienza sanitaria».

Riguardo alla figura del giornalista ha aggiunto:
«L’informazione sanitaria può contribuire a generare fiducia o paura. Il giornalismo sanitario non dovrebbe limitarsi alla cronaca fredda dei fatti. È chiamato a diventare una forma di servizio alla persona».
Evitando la spettacolarizzazione e proteggendo la privacy delle persone coinvolte e delle loro famiglie. Il dolore non deve fare audience, né essere amplificato in trasmissioni televisive che fanno a gara a urlarlo più forte, come contenuto da consumare. La vera informazione, invece, dovrebbe essere accompagnamento e comprensione: un racconto lucido, ma non amplificatore del malessere.
«Il giornalista può essere narratore di speranza — dice don Gabrieli — raccontare i percorsi di guarigione, le esperienze di solidarietà, la dedizione degli operatori sanitari, la forza delle famiglie, il valore della ricerca scientifica».
Senza mai nascondere i problemi, ma offrendo uno sguardo a 360 gradi sulla realtà. Raccontare solo il male, infatti, può deformare la percezione collettiva.
Altro ruolo importante dell’informazione è quello di ridurre lo stigma legato alle patologie mentali, rare e croniche. Utilizzare un linguaggio appropriato e rispettoso aiuta a ridurre il pregiudizio e favorisce inclusione e accettazione.
Conclude don Enzo Gabrieli:
«Anche il comunicatore può “scoperchiare tetti” (Marco 2,1-12). Può rompere il muro dell’indifferenza, dare voce a chi non viene ascoltato, raccontare storie dimenticate».