Ancora una volta, una tragedia ci costringe a fermarci e a guardare dentro noi stessi. Non come semplici spettatori di una notizia destinata a svanire nel flusso quotidiano, ma come parte di una società che, di fronte a certe storie, non può chiamarsi fuori. Quando si consuma un dramma familiare così profondo, la domanda non è solo “perché è accaduto?”, ma anche “dove eravamo noi?”.
La sofferenza raramente esplode all’improvviso. Spesso si manifesta attraverso segnali deboli, silenziosi, che chiedono ascolto. Eppure, troppo frequentemente, questi segnali vengono ignorati, sottovalutati o, peggio, non riconosciuti affatto. La solitudine diventa così una prigione invisibile, in cui il dolore cresce fino a diventare insostenibile.
Non possiamo limitarci a un’analisi fredda delle possibili cause — depressione post partum, difficoltà relazionali, tensioni familiari, violenze. Sono tutte realtà diffuse, complesse e spesso sommerse. Il punto è un altro: quanto siamo capaci, come comunità, di intercettare il disagio prima che sia troppo tardi?
La responsabilità è diffusa e riguarda tutti. La famiglia, primo luogo di ascolto e protezione. La scuola, presidio educativo e umano. Gli amici, che dovrebbero saper cogliere i cambiamenti più sottili. Le comunità, i luoghi di lavoro, le parrocchie: spazi in cui la presenza dovrebbe trasformarsi in attenzione concreta. A volte non servono grandi gesti. Basta esserci davvero. Basta chiedere “come stai?” e fermarsi ad ascoltare la risposta.
Eppure, ciò che emerge con forza è una crescente indifferenza. Una distanza emotiva che rende più difficile riconoscere l’altro nel suo dolore. Anche chi, per ruolo o vocazione, dovrebbe prendersi cura delle fragilità, spesso si scontra con limiti, disattenzioni o mancanza di strumenti adeguati. Questo non può diventare un alibi, ma deve essere uno stimolo a fare di più e meglio.
Viviamo in un tempo in cui i legami si sono indeboliti. I rapporti di vicinato si sono rarefatti, l’amicizia autentica fatica a trovare spazio, e la famiglia stessa è spesso attraversata da fragilità profonde. In questo contesto, il disagio individuale rischia di trasformarsi in isolamento, e l’isolamento in disperazione.
Queste tragedie, per quanto difficili da comprendere fino in fondo, ci lasciano un compito preciso: restare vigili. Non girarsi dall’altra parte. Non pensare che certe cose riguardino sempre “gli altri”. Ogni persona può fare la differenza, anche con piccoli gesti quotidiani.
Perché, in fondo, la presenza è già una forma di cura. E in un mondo che spesso corre troppo veloce, fermarsi accanto a qualcuno può significare offrirgli qualcosa di fondamentale: la speranza.
Maria Teresa Marchetti (Presidente del Centro di Ascolto Il Galeone della Vita – Catanzaro)