Dal romanzo alla realtà: il dialogo impossibile tra Elena Giachetti e il suo autore


Nel nuovo romanzo Il tempo del girasole, Claudio Aorta compie un gesto raro nella narrativa contemporanea: permette alla sua protagonista, Elena Giachetti, di uscire dal perimetro della trama e interrogare direttamente il suo autore. Ne nasce un confronto sorprendente, un dialogo a due voci che attraversa il tempo, la storia e la psicologia, rivelando quanto fragile e potente possa essere il rapporto tra chi scrive e chi viene scritto.

L’incontro si apre con la voce di Elena, che domanda: «Hai scritto di me come di una donna abituata a controllare tutto, ma che, arrivata nel passato, era crollata insieme alle sue certezze. In quale momento, scrivendo, hai capito che non eri più tu a guidarmi?» Aorta risponde con sincerità: «Quando le tue decisioni hanno cominciato a sorprendere anche me stesso. Non erano più funzionali alla trama, ma necessarie proprio a te. È lì che ho capito che stavi andando avanti da sola.»

Lo scambio si ribalta subito dopo. Claudio chiede alla sua creatura: «Sei una scienziata immersa nella razionalità. Cosa ti ha fatto più paura del 1799, il caos storico o l’idea che la ragione non bastasse?»
Elena non esita: «La seconda, e non solo perché sono una scienziata. Il caos, in fondo, è una variabile. Quello che mi ha spaventata è stato capire che la ragione non basta a tenerti in piedi. Può dirti cosa sta accadendo, ma non cosa fare quando tutto trema. Nel momento dell’arrivo nella nuova epoca non avevo strumenti. Solo il corpo, la paura e la necessità di sopravvivere.»

Il romanzo intreccia realtà storica e narrazione, e a questo proposito Elena provoca ancora l’autore: «Mi hai fatto incontrare personaggi storici reali: Eleonora Pimentel Fonseca, Domenico Cirillo, Giuseppe Albanese… Avevi paura di tradirli o di essere tradito da loro?»
La risposta è una dichiarazione di poetica: «Avevo timore di semplificarli troppo. Di trasformarli in simboli invece che in persone. E invece i personaggi storici funzionano solo se restano umani. Con i loro limiti e, perché no, con le loro scelte sbagliate. Altrimenti il romanzo perde verità.»

Il giornalismo del tempo non esisteva come quello moderno, ma Elena rivela con ironia quanto la quotidianità contemporanea le manchi: quando Claudio le chiede «Nel 1799 cosa ti è mancato di più del tuo tempo?», lei risponde: «Oltre allo smartphone, l’asciugacapelli e la doccia? Il silenzio inutile. Quello che nel 2023 riempivo di musica o di pensieri, senza scopo. Qui invece ogni rumore ha un senso, ogni pausa pesa. A volte mi manca poter essere distratta, anche solo per qualche minuto.»

Il dialogo non evita il tema della costruzione del personaggio. Elena domanda: «C’è stato un momento in cui ti sei accorto che mi stavi rendendo più forte di quanto io fossi davvero?»
Aorta ammette: «Sì. E me ne sono accorto proprio quando hai smesso di agire come avrei voluto. Ho capito che dovevo lasciarti inciampare, anche a costo di deludere chi cercava in te una presenza impeccabile.»

Si parla anche di fede, ma in modo tutt’altro che retorico. Claudio chiede: «La tua storia parla anche di fede, pur senza proclami. Cos’è per te la fede?»
Elena risponde: «Prima di arrivare qui pensavo che la fede fosse solo un fatto culturale. Poi ho conosciuto Carlo, e ho visto come per lui sia un modo di stare nel mondo, non un obbligo. Questo mi ha costretta a guardarmi dentro. Non so se credere sia la parola giusta, ma ho ricominciato a riconoscere quella apertura, quella disponibilità a non escludere nulla. Per me, adesso, fede significa questo: non chiudere la porta.»

Lo scambio prosegue sui luoghi, veri motori emotivi del romanzo. Elena chiede: «Ambientare il romanzo a Napoli è una scelta identitaria. Che rapporto hai con i luoghi che racconti?»
Claudio risponde: «Con Napoli ho un rapporto viscerale: è il luogo da cui provengo ed è una protagonista attiva del romanzo. Roma è la città in cui vivo da molti anni e continua a sorprendermi ogni giorno. La Calabria, invece, è una presenza più discreta: non è un luogo che ho raccontato, ma uno che mi accompagna. Da ragazzo ci passavo molte estati e certe immagini — la luce, le strade lente, il mare turchese — mi sono rimaste addosso. Forse per questo, quando scrivo, i luoghi non sono mai solo sfondi: danno voce ai personaggi e illuminano la narrazione.»

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Il confronto tocca poi un tema inatteso: l’appartenenza. «Ti sei mai sentita ‘fuori posto’ più nel presente che nel passato?», chiede Claudio.
Elena annuisce: «Sì, certo. Il 2023 ha un modo sottile di escluderti: ti convince che sei tu a non funzionare, non il tempo che stai vivendo.»

Segue una domanda che sfiora la politica ma si sposta rapidamente sul piano interiore. Elena domanda: «Hai scritto un romanzo sul cambiamento, ma senza promesse consolatorie. È una scelta politica?»
Aorta chiarisce: «È una scelta spirituale. Non credo nel cambiamento come slogan, ma come percorso. È qualcosa che accade quando sei disposto a guardarti davvero. Nel romanzo convivono due movimenti: la rivoluzione, che riguarda Napoli e il sogno collettivo; e la resurrezione, che riguarda l’anima. Una parla alla storia, l’altra alla persona. E il vero cambiamento, per me, nasce sempre dove queste due dimensioni si incontrano.»

Il tempo, nel romanzo, non è solo contesto ma esperienza. Claudio chiede: «Cosa diresti se dovessi parlare del tempo?»
Elena risponde: «Direi che il tempo non chiede il permesso: procede, e noi con lui. Tutto ciò che l’uomo costruisce vive sull’asse orizzontale, dentro la successione dei giorni, ed è destinato a cambiare, a consumarsi. Esiste però anche una dimensione verticale, che non dipende da noi: la natura, la luce del sole, la fede che si riaffaccia, un bambino che riprende a sorridere. Sono realtà che non si misurano, ma che ti rialzano e trascendono lo spazio e il tempo. Io l’ho imparato qui, anche grazie a Carlo.»

Verso la conclusione, Elena torna a interrogare l’autore: «Ti sei mai riconosciuto in una mia esitazione?»
Aorta non si nasconde: «In tutte. Scrivere è il modo più onesto che conosco per interrogare le mie debolezze.»

L’ultima domanda è di Claudio: «Alla fine del romanzo, sei cambiata o sei solo diventata più consapevole?»
Elena chiude con una riflessione che sembra parlare anche al lettore: «Sono diventata più responsabile. Che è una forma meno romantica, ma più duratura del cambiamento. E soprattutto ho capito che la scienza senza il cuore è solo un buio illuminato.»

Pubblicato da Tele Montestella

Rete web televisiva della Vallata dello Stilaro con sede a Pazzano (RC). Tele Montestella arriva sui social 2010 diventando poi una pagina Facebook nell’aprile 2013 ma possiamo dire che l’idea e le prime iniziative di informazioni nascono 1982. Un giovane Antonio Russo, ora presidente dell’Associazione Radio Tele Montestella Web”, iniziò ad appassionarsi al mondo delle comunicazioni quando suo padre Ciccio Russo comprò la sua prima telecamera. Da lì inizio una ricca documentazione sulla Vallata dello Stilaro ed oltre, cimentandosi anche nella realizzazione di Radio arrivando a creare il primo canale televisivo Tele Montestella. Oggi la comunicazione si è spostata sui social, sono cambiati i mezzi ma l’obiettivo è uguale: informazione e valorizzazione della nostra Vallata dello Stilaro e di tutta la Calabria, condividendo con voi la bellezza, le tradizioni e tutto ciò che questa terra ha da offrire.

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