«Il cameraman di Striscia sarà caduto in mare da solo, andando all’indietro; e io mi sono proposto di aiutarlo». Sono le parole pronunciate di Mario Filippelli, rilasciate in un video pubblico diffuso su Facebook, in cui ha voluto chiarire la dinamica dei fatti che lo hanno visto protagonista. Secondo quanto dichiarato dal pescatore di Cirò Marina, l’operatore della trasmissione televisiva sarebbe finito in acqua autonomamente, nel corso dei momenti concitati al porto, e non a seguito di una spinta volontaria. Filippelli ha inoltre ammesso che, in quelle circostanze, la tensione lo ha portato ad assumere toni accesi verso le istituzioni, scusandosi pubblicamente per la rabbia espressa e riconoscendo che alcune parole siano state dettate dallo sconforto.
UNA DELLE TANTE STORIE ITALIANE
La vicenda resta una delle tante storie italiane in cui verità, emozione e narrazioni contrapposte si intrecciano in modo complesso.
In un tempo in cui sopravvivere è diventato un’impresa, intere categorie di lavoratori fanno i conti con conseguenze assurde, spesso ingiuste. In questo contesto c’è ancora chi non si piega. C’è chi, con dignità silenziosa, continua a lavorare, a lottare e a sognare: sognare un futuro migliore e, perché no, un mondo più giusto. Un mondo in cui crescere i propri figli senza essere costretti a partire, soprattutto quando si ama la terra in cui si è nati.
Mario Filippelli è uno di questi uomini. Pescatore di Cirò Marina, è diventato un volto noto ben oltre i confini locali, simbolo di una protesta che affonda le radici nella fatica quotidiana e nella difesa di una tradizione millenaria. La sua storia ha acceso un dibattito nazionale, trasformandosi in emblema di un disagio diffuso che attraversa il mondo della pesca e molte altre categorie produttive.
LO ABBIAMO INTERVISTATO PER CAPIRE MEGLIO LA SUA BATTAGLIA
D) Signor Filippelli, oggi, secondo lei, il pesce straniero riempie i mercati mentre il nostro resta invenduto e i pescatori fanno fatica a lavorare. A chi dovrebbe difendere il Made in Italy, cosa vuole dire senza giri di parole?
R) «Io dico: non fate affondare il Made in Italy. Noi il pesce buono ce l’abbiamo sotto casa, nei nostri mari. È fresco, è nostro, è frutto del nostro sudore. E allora perché dobbiamo comprare quello che viene da fuori? Così ci levano il lavoro, ci levano il pane. I nostri mari sono pieni di pesce, ma le nostre tasche sono vuote. E questo non è giusto!».
D) Oggi tanti pescatori calabresi sono costretti ad andare via per lavorare. Secondo lei la Regione Calabria potrebbe fare di più per difendere chi vive di mare?
R) «Io non lo so se stanno facendo abbastanza. So solo che dovrebbero stare dalla parte nostra, dalla parte di chi si alza quando è ancora buio e torna a casa che è già notte. Noi non facciamo questo mestiere per diventare ricchi. Campiamo, tiriamo avanti la famiglia con sacrifici e fatica. Se ci tolgono pure questo, che facciamo? Chiudiamo le barche e andiamo a chiedere l’elemosina? Non si può vivere così».
D) Il suo gesto è diventato un simbolo in tutta Italia. Sapere che tanti lavoratori si sono riconosciuti nelle sue parole le dà forza o la mette sotto pressione?
R) «Mi dà forza, certamente. E mi fa capire che non siamo soli. Quando uno parla con il cuore e difende il lavoro, la gente lo capisce. Il popolo sente quando una battaglia è giusta. E allora si stringe attorno, come si fa in mare quando arriva la tempesta».
D) Signor Filippelli, lei pensa davvero che dopo tutto questo qualcosa possa cambiare per i pescatori italiani, oppure teme che resti tutto come prima?
R) «Io lo spero, con tutto il cuore. Però lo sappiamo che molte leggi sulla pesca arrivano dall’Europa, e certe regole ci stanno strozzando. I divieti ci tengono fermi al porto e le spese corrono lo stesso. Se ci fermano, almeno ci aiutassero a campare in quei periodi. Servono incentivi veri, non parole. Perché con le parole non ci riempi le reti, e nemmeno il piatto a casa».
FILIPPELLI È LA CONSEGUENZA DI UNA CRISI CHE MINACCIA DI CANCELLARE UNO DEI MESTIERI PIÙ ANTICHI AL MONDO
Filippelli ha scelto di alzare la voce contro una crisi che, a suo dire, minaccia di cancellare non solo un mestiere antico, ma un’identità collettiva costruita sul mare. La sua reazione, dura e senza filtri, nasce dallo sconforto di chi si sente lasciato solo. Ed è proprio questa franchezza, a tratti ruvida, ad aver colpito l’opinione pubblica. In un Paese spesso distante dalla realtà dei piccoli lavoratori, il suo sfogo è diventato un segnale d’allarme che va oltre la singola vicenda.
Ma Filippelli non è soltanto il pescatore arrabbiato di un giorno. È un uomo che ha sentito il bisogno di chiarire, di spiegare, di assumersi la responsabilità delle proprie parole. Nel video pubblicato sui social ha ribadito la propria versione dei fatti sull’episodio del cameraman, sottolineando di aver persino cercato di prestare aiuto, e ha riconosciuto che la rabbia verso le istituzioni, pur comprensibile nel contesto di forte tensione, meritava un passo indietro e delle scuse.
Attraverso di lui emerge l’anima autentica di una terra che resiste: passione, orgoglio, fatica e desiderio di giustizia. La sua storia diventa così qualcosa di più di un episodio mediatico: è il racconto di un uomo che non vuole scomparire nel silenzio, che rivendica il diritto di restare nella propria terra e di lavorare con dignità.
Con il suo gesto e con le sue parole – prima dure, poi più riflessive – Mario Filippelli ha ricordato che la dignità non si negozia, ma che anche il confronto può trovare spazio nel chiarimento e nella responsabilità. È per questo che la sua figura continua a dividere, ma anche a rappresentare, per molti, un simbolo di resistenza popolare e di speranza civile.
Articolo di Francesco Marrapodi