UN PRESIDENTE TRA LE MACERIE, UN POPOLO CHE SUBITO SI RIMETTE IN PIEDI
Quando la furia della natura si placa, ciò che resta non è solo distruzione: sono volti stanchi, mani sporche di fango, silenzi che pesano come macigni. È in quel momento che si misura la statura di chi governa.
Oggi, tra strade sventrate e territori piegati dalla violenza del ciclone Harry, la Calabria ha visto il suo presidente camminare dove la tempesta ha colpito più duro. Roberto Occhiuto, che nei giorni scorsi ha annunciato la scelta di non candidarsi al congresso nazionale di Forza Italia, ha lasciato gli uffici per il fango, i detriti, per le mete verità dei tanti luoghi feriti.
È sceso tra la sua gente per offrire sostegno a lavoratori e volontari che, senza tregua, stanno lottando contro le conseguenze di un ciclone che ha devastato Calabria, Sicilia e Sardegna, lasciando dietro di sé un bilancio pesante di danni e sofferenze.
QUANDO IL POTERE DIVENTA PRESENZA
Quando un presidente di regione scende con il cuore in mano tra la gente che soffre, quel presidente dimostra la sua mobilità morale; dimostra di avere a cuore il suo popolo; dimostra di essere il presidente di quel popolo; quel presidente dimostra di essere il popolo.
È ciò che è accaduto oggi in Calabria. Occhiuto ha raggiunto i luoghi martoriati dal maltempo senza annunci, senza scorte di retorica, senza il fragore delle passerelle. Una visita improvvisa, quasi sussurrata, che ha attraversato cantieri improvvisati e strade invase dai detriti.
Lì, tra uomini e donne impegnati a liberare ciò che resta, a salvare il salvabile, a strappare al disastro un frammento di futuro, il presidente ha assunto un impegno netto, solenne, pubblico: chiedere allo Stato un provvedimento d’urgenza, il riconoscimento dello stato di calamità naturale e il ristoro dei danni subiti dai calabresi.
DOPO LA TEMPESTA, IL DOVERE DELLO STATO
Nei giorni scorsi si è discusso dell’entità dei danni provocati da Harry. Si è parlato, si è mormorato, qualcuno ha insinuato che mancasse attenzione, che la conta delle ferite non fosse ancora iniziata. Ma dopo una tragedia di questa portata c’è un ordine naturale delle cose: prima si soccorre, poi si cura, infine si misura.
Ora è il tempo delle ferite aperte, del dolore che brucia. Subito dopo verrà il tempo dei numeri, delle stime, delle responsabilità.
Di fronte a una catastrofe simile, lo Stato non può permettersi l’indifferenza. Voltare le spalle alle regioni colpite sarebbe un atto grave, una mancanza che tenderebbe a scavare più a fondo del ciclone stesso. E oggi, tra le macerie, la Calabria non ha visto promesse vuote. Ha visto presenza. E spesso, è da questo che inizia la ricostruzione.
Articolo di Francesco Marrapodi