ALLARME SPOPOLAMENTO ED EFFETTO SERRA
Si parla troppo spesso di una Calabria che “sta emergendo”: più nuova e moderna, finalmente all’avanguardia. Una narrazione rassicurante, quasi consolatoria, che però stride con la realtà. Perché mentre si racconta il mito del riscatto, la fuga dei cervelli non si arresta. Anzi, accelera. E come se non bastasse, all’orizzonte si profila una minaccia ancora più silenziosa e devastante: il cambiamento climatico.
Non lo affermo per ideologia, né per aderire all’allarmismo di certa ecologia da salotto, che anzi condanno apertamente. Lo affermo perché basta osservare il corso degli eventi, leggere i segnali che la storia ci sta già consegnando.
UN’EMORRAGIA LENTA
La Calabria, per la sua posizione geografica e per la sua fragilità strutturale, rischia di diventare una delle prime vittime di una trasformazione irreversibile: desertificazione, stress idrico, incendi, collasso del territorio. E a questo si somma lo spopolamento. Un’emorragia lenta ma costante. Perché quando verranno meno le poche colonne che oggi reggono l’economia di intere aree – l’Ente forestale, la Comunità montana, il Consorzio di bonifica – cosa resterà? Senza lavoro non c’è futuro, senza futuro non c’è comunità. E quando una terra smette di offrire pane e dignità, diventa solo un luogo da abbandonare. Eppure, proprio da queste terre marginali, spesso dimenticate, nascono menti lucide, intelligenze profonde, talenti autentici. Giovani che potrebbero essere la classe dirigente del domani. Il cuore pulsante di una rinascita possibile. Ma la realtà è crudele: questi talenti sono costretti a partire. Non per ambizione, non per capriccio, ma per necessità. Varcano confini, portano con sé studio, sacrificio, speranze. E una volta integrati altrove, finiscono per costruire ricchezza, progresso e prestigio per altre regioni, per altre nazioni.
DOVREMMO DIRE BASTA ALLA FUGA DEI CERVELLI
Così mentre altrove crescono economie e sistemi produttivi, la Calabria resta sospesa in un eterno presente: ricca di promesse, povera di sostanza. Spogliata delle sue energie migliori.
La classe dirigente del futuro dovrebbe nascere da qui, dalle giovani leve formate negli atenei italiani, dalla crema dei nostri ragazzi. Dovremmo dire basta alla fuga dei cervelli. Perché questa regione, e questa Nazione, hanno disperatamente bisogno di loro. È incomprensibile – ed è un paradosso doloroso – che dopo aver investito nella loro formazione non si offra loro la possibilità di vivere e lavorare dignitosamente in Italia. Meglio ancora: nelle loro regioni d’origine.
Questo non è solo un errore politico. È un errore storico. Un fallimento collettivo. Un’emergenza che dovrebbe sovrastare tutte le altre nell’agenda delle classi dirigenti. Perché il paradosso è sotto gli occhi di tutti: offriamo assistenza e accoglienza a popoli che arrivano da ogni parte del mondo, ma non siamo capaci di offrire ai nostri giovani un futuro nella loro stessa casa.
Soprattutto nelle aree più povere del Paese. Proprio lì dove restare significherebbe fare la differenza. Dove il ritorno dei talenti potrebbe arrestare il declino umano, sociale ed economico. Dove non si dovrebbe assistere, impotenti, allo svuotamento dei paesi, alla chiusura delle scuole, al silenzio che prende il posto della vita.
LA CALABRIA NON È POVERA di TALENTO MA DI OPPORTUNITÀ
A dimostrazione che la Calabria non è povera di talento ma di opportunità, basta guardare alla sua storia recente. A quanti calabresi, costretti ad andare via, si sono affermati e hanno trionfato altrove, portando il loro valore nel mondo.
Questi personaggi non sono eccezioni, sono la prova vivente di una Calabria che genera eccellenza, ma che è costretta a vederla fiorire altrove. Perché se questa terra avesse saputo offrire loro le condizioni per formarsi, crescere e lavorare qui, oggi la Calabria sarebbe diversa. Più forte. Più giusta. Più prospera. Non sarebbe una terra che perde. Sarebbe una terra che trattiene, costruisce e guida. E se domani la nostra terra dovesse affrontare la crisi climatica, loro saprebbero gestire anche questo.
Articolo di Francesco Marrapodi