Mancano pochi giorni alla Giornata della Memoria, che si celebra ogni anno il 27 gennaio per ricordare il più terribile e orrendo genocidio della storia dell’umanità. È stata scelta questa data non a caso, ma perché proprio il 27 gennaio 1945 le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz. Le truppe sovietiche furono le prime a scoprire, grazie anche alle testimonianze dei detenuti superstiti, l’orrore e la crudeltà del genocidio nazista.
Essendo stato l’Olocausto il più tremendo e deprecabile sterminio della storia dell’uomo, in Italia, come in tutto il resto del mondo, sono moltissime le manifestazioni per tenere viva la memoria, ricordando anche alle scolaresche questa pagina nera, tragica e da non dimenticare, caratterizzata da trattamenti disumani, crudeli e indescrivibili perpetrati dal regime tedesco.
È una giornata in cui, in particolare alle nuove generazioni, si devono far conoscere le torture, le umiliazioni e le uccisioni di cui furono responsabili i nazisti, e da questo insegnamento dedurre che tra popoli e persone devono esistere amicizia, tolleranza e convivenza civile, e mai più guerre, conflitti e ostilità.
La terribile e insensata azione sterminatrice si concentrò in particolare nel genocidio di circa sei milioni di ebrei tra il 1941 e il 1945. Questa dittatura sanguinaria non perseguitò e uccise solo uomini, prigionieri e soldati, ma con sadismo, crudeltà e ferocia colpì anche inermi e inconsapevoli bambini. Durante le deportazioni, le donne in stato di gravidanza e le madri con bambini piccoli venivano catalogate come “inabili al lavoro” e così trasferite nei campi di sterminio, dove venivano uccise. Per evitare un’ignobile fine, erano costrette persino a nascondere lo stato di gravidanza.
Non contenti delle già numerose sevizie e dei maltrattamenti subiti, i gendarmi tedeschi, coadiuvati da medici e ricercatori, usavano le donne ebree come cavie per esperimenti e pratiche disumane, contrarie a qualsiasi etica morale e professionale. Per non parlare dei continui ricatti che obbligavano queste povere donne a prostituirsi o ad abortire in cambio di un tozzo di pane o di altri miseri generi di conforto.
Ormai i sopravvissuti di allora sono quasi tutti scomparsi, ma ci hanno lasciato numerose testimonianze attraverso libri e interviste. Anche nel campo della musica l’argomento è stato affrontato e, tra tutte, voglio ricordare la canzone Auschwitz di Francesco Guccini, ispirata dalla lettura di un libro sull’argomento. È una canzone con cui il cantautore, sia musicalmente sia attraverso le parole, riesce a coinvolgere profondamente l’ascoltatore: un brano molto suggestivo, intenso e capace di far riflettere.
Inventando un ipotetico dialogo con un bambino, definito “nel vento” perché vittima innocente del genocidio nazista, Guccini descrive l’ambiente gelido e funereo dei lager, con i forni crematori, e durante questo colloquio a un certo punto si pone una domanda:
«Mi chiedo: come può un uomo uccidere un suo fratello?»
È una domanda che dovremmo porci tutti, perché, a distanza di oltre ottant’anni, la lezione che la storia ci tramanda sui genocidi e sui crimini nazisti sembra non essere stata appresa: l’uomo continua ancora oggi sulla strada dell’odio, della guerra e della violenza, invece di scegliere quella del dialogo, della distensione e della pace.
Ben venga anche quest’anno la Giornata della Memoria, ma finché saranno i potenti della Terra a non cambiare strada, sarà difficile ottenere quella serenità e quella pace che tutti auspichiamo.
Articolo di Mario Murdolo