Articolo di Francesco Marrapodi.
La notte di Capodanno era diventata un inferno. Il locale di Crans-Montana divorato dalle fiamme, il fumo denso che inghiottiva tutto, urla e panico ovunque. Tutti scappavano. Paolo Campolo, calabrese di Reggio Calabria, con il cuore saldo e le mani pronte, ha scelto invece di restare. Ha visto la porta di emergenza chiusa, dietro la quale i ragazzi erano intrappolati, e senza esitazione l’ha sfidata. Con un altro uomo in un gesto disperato e necessario ha sfondato il varco tra la vita e l’inferno. Poi il caos: giovani ustionati e intossicati, caduti a terra come foglie sotto il fuoco. Urla che penetravano il fumo. Ma Paolo non si è fermato. È entrato, e ancora, e ancora. Mani nude contro il calore, corpo contro la paura, cuore contro l’oscurità. Ha trascinato fuori chiunque poteva, senza respiro, senza tregua, senza sosta. Il fumo lo bruciava, il calore lo piegava, ma non l’ha fermato.
Dieci vite sono state strappate all’inferno grazie a lui. Dieci ragazzi che possono ancora vivere, correre, respirare, perché un uomo ha scelto di restare.
Oggi Paolo è ricoverato a Sion, le ferite guariranno. Ma ciò che ha compiuto non può essere cancellato. Perché il vero coraggio non ha bisogno di applausi. Si riconosce solo nel momento in cui qualcuno affronta il fuoco, il fumo e il panico, e decide di lottare per gli altri.
Paolo è calabrese. E il suo coraggio è quello di chi nasce tra montagne e mare, dove la paura non piega, ma tempra. Dove restare, di fronte all’inferno, diventa un atto di eroismo puro.