Articolo di Francesco Marrapodi
Questo è l’ennesimo atto d’accusa. L’ennesimo articolo che tenta, invano, di scuotere le coscienze e inchiodare alla vergogna l’ufficio postale della città di Bianco. A esso si somma la terza formale lettera di protesta da parte dell’amministrazione comunale indirizzata a Poste Italiane: l’ultima consegnata a mano dal sindaco negli uffici di Reggio Calabria, tra polemiche, tensioni e un’ennesima supplica accorata affinché si ponga fine a una situazione che ha superato da tempo il limite del tollerabile.
Eppure nulla.
Poste Italiane persevera nel silenzio assordante, fa orecchie da mercante, si trincera dietro l’indifferenza come fosse una strategia. Come se il disagio di un’intera comunità fosse un dettaglio trascurabile. Come se Bianco non esistesse sulle mappe della Repubblica.
ODISSEA LUNGO IL LITORALE IONICO PER POTER PRELEVARE POCHI SPICCIOLI
Ieri ho avuto l’ennesima, umiliante conferma di questo abuso. Per riuscire a prelevare qualche banconota – non un favore, ma un diritto – ho dovuto affrontare una vera odissea contemporanea, degna di un racconto kafkiano: BancoPosta di Africo fuori servizio. Bovalino, stessa sorte. Ardore, ultimo approdo della speranza, dove ho dovuto alzare bandiera bianca davanti a una fila interminabile di oltre venti persone, stanche, rassegnate, tradite come me. Solo dopo chilometri di strada, attese estenuanti e frustrazione accumulata, l’impresa si è compiuta a Brancaleone. Un viaggio forzato lungo la costa per compiere un gesto elementare, come se fossimo cittadini di serie B, costretti a mendicare ciò che ci spetta. È questa l’idea di servizio pubblico di Poste Italiane? È questo il rispetto dovuto a una comunità che paga, attende, protesta e viene sistematicamente ignorata?
NON SI PARLA SOLO DI DISSERVIZI
Qui non si parla più di disservizi occasionali. Qui si parla di abbandono, di disprezzo istituzionalizzato, di una popolazione lasciata sola, costretta a peregrinare come in un esilio forzato per accedere a un servizio essenziale.
E a questo punto il silenzio non è più una mancanza: è una colpa. E non è più tollerabile.