Articolo di Francesco Marrapodi
“Restituiteci i bambini!” È la voce del popolo italiano, “perché è molto meglio vivere dignitosamente in campagna, piuttosto che vivere in città e rischiare di essere accoltellato per pochi spiccioli!”
E poi che cosa accadrà in futuro quando le famiglie, stremate dalla ferocia frenetica delle città, decideranno di ritornare alla terra?
Penso alla casa dei miei nonni, ai piedi dell’Aspromonte: un luogo senza acqua corrente, senza luce, senza comodità. Eppure, per me bambino, quel mondo era il regno dell’incanto. Le estati trascorrevano lente e luminose, fra animali, boschi, torrenti, cielo terso: la vita nella sua forma più vera e selvaggia. Una libertà semplice, profonda, infinitamente più sana del vagare per strade dove si rischia di tutto.
I BAMBINI ROM NON VIVONO FORSE IN CONDIZIONI PEGGIORI?
Perché accanirsi, allora, contro la famiglia del bosco? Ci sono bambini che crescono nei campi rom senza scuola, senza cure, tra lamiere, fango e precarietà. Nessuno irrompe nelle loro baracche per strapparli ai genitori, per togliere loro quel fragile diritto di vivere come possono. Lo stesso accade ai tanti extracomunitari relegati nei sobborghi, in rifugi improvvisati, dove il concetto stesso di «servizi» è un miraggio lontano.
E dunque, la domanda rimbomba di nuovo, come un colpo di tamburo in una valle silenziosa: perché questo accanimento contro la cosiddetta famiglia dei boschi? Perché sottrarre tre bambini ai propri genitori – per ordine del Tribunale per i minorenni dell’Aquila – quando quei genitori, Nathan Trevallion e Catherine Birmingham, hanno semplicemente scelto una vita essenziale in un’ex casa colonica?
Si dice che sia “per il bene dei bambini”. Ma siamo certi che strapparli dall’unico abbraccio che conoscono, dagli occhi che li hanno cresciuti, non sia un dolore più profondo? Più devastante della povertà stessa?
UNA FAMIGLIA CHE CHIEDE DI VIVERE IN PACE
Quella è una famiglia che chiede solo di vivere senza disturbare, nella più umile delle dignità. Non rappresentano un pericolo. Non fanno del male a nessuno. La verità è che qui non esistono angeli né demoni: è un nodo morale intricato, un bivio senza indicazioni. Da un lato, togliere i figli a chi li cresce in una vita essenziale fa tremare il polso. Dall’altro, lasciare dei bambini completamente isolati dalla società è una responsabilità che pesa come una pietra.
LA VOCE DI UN PADRE FERITO DALLA SOCIETÀ
Nathan Trevallion parla con una compostezza che si incrina solo a tratti, come una diga che trattiene l’acqua ma non il dolore:
“Vorrei restare… ma sto valutando un’altra strada: mia moglie e i bambini tornano in Australia, e io resto qui a badare agli animali”. Cinquantun anni, ex chef di Bristol, tre figli strappati alla vita che conoscevano. La sua famiglia – radicata nel bosco di Palmoli, tra Chieti e l’infinita quiete degli alberi – vive quasi in autosufficienza: niente acqua corrente, servizi rudimentali, una casa fatiscente e una roulotte come riparo. Una vita dura, sì. Ma una vita scelta.
LA PATRIA POTESTÀ DELLO STATO?
Lo Stato, invece, ha scelto al loro posto. I tre bambini – una bimba di otto anni e due gemelli di sei – sono stati trasferiti in una casa-famiglia di Vasto.
La notizia ha squarciato il dibattito pubblico come un fulmine in un cielo già carico.
Il vicepremier Matteo Salvini annuncia che andrà a Palmoli per difendere la famiglia, denunciando un’ingerenza vergognosa nelle scelte più sacre della vita privata. Intanto, secondo Adnkronos, il presidente del Consiglio Giorgia Meloni avrebbe chiesto chiarimenti al ministro Nordio; da via Arenula potrebbero partire ispettori per valutare la legittimità del provvedimento.
La domanda resta sospesa nell’aria, tagliente e insieme profondamente umana: libertà educativa o tutela dei minori? Scelta di vita o abbandono?
In mezzo ci sono loro: tre bambini che non hanno scelto nulla, che non hanno colpe, e che ora pagano il prezzo delle decisioni degli adulti.
Il prezzo più duro: crescere senza i propri genitori.