L’altro giorno mi è capitato tra le mani il volantino degli eventi estivi del Comune di Riace e, leggendo che nel programma era stato inserito il concerto di Edoardo Bennato, da una parte ho gioito — perché sono un suo grande fan — ma dall’altra ho provato un senso di amarezza. Bennato, infatti, è l’autore e l’interprete della significativa canzone Mongiana e mi sarei aspettato che il primo e giusto riconoscimento, sia per la bontà e la precisione della descrizione della vicenda della fabbrica d’armi del centro serrese, sia per la memoria storica che rievoca, venisse proprio dal Comune di Mongiana.
Mi ha colpito che a ricordare questa triste ma importante parentesi del nostro passato sia stato un artista non calabrese, ma napoletano. E dico questo perché, subito dopo l’uscita di quel brano — informativo, didattico e di grande valore critico —, inviai al sindaco di Mongiana un mio scritto e mi permisi anche di consigliargli di invitare Bennato nel suo paese. Non necessariamente per un concerto, ma almeno per ringraziarlo con un riconoscimento simbolico, come la cittadinanza onoraria, per il contributo che ha dato alla memoria storica e identitaria della nostra amata terra.
Oggi, però, voglio essere di nuovo informativo e divulgativo, parlandovi di un minerale prezioso, miracoloso e ormai dimenticato, che in passato ha rappresentato per Bivongi un primato invidiabile: il molibdeno.
Questo raro minerale, terzo in Italia per produzione dopo Sardegna e Trentino, era utilizzato principalmente per la realizzazione di leghe d’acciaio ad alta resistenza. Le miniere di Bivongi — in particolare quelle del cantiere “Giogli” — sono state oggetto di ricerca e sfruttamento sin dalla fine dell’Ottocento. Oltre all’impiego nell’industria dell’acciaio, il molibdeno trovava applicazione anche in catalizzatori, pigmenti, lubrificanti e persino nell’alimentazione di animali e piante.
Mi ricordo che, da bambino, quando studiavo scienze a scuola, rimanevo incredulo nel leggere che Bivongi era citato tra i principali produttori di molibdeno in Italia. Veniva classificato con orgoglio tra i primi tre, e questo mi riempiva di fierezza.
Le miniere di Bivongi, i cui ruderi oggi sono ricordati dall’Ecomuseo delle Ferriere, rappresentano un passato fiorente, ricco e nostalgico. Allo stesso tempo, però, evocano il rammarico per non aver saputo valorizzare quella che fu — e non è retorica dirlo — una vera ricchezza donataci dalla Provvidenza.
E non c’era solo il molibdeno: la fortuna benevola ci donò anche fruttuosi giacimenti di argento, nella località chiamata Argentera, oltre alla galena e ad altri minerali. L’attività mineraria nella nostra zona risale addirittura all’epoca dell’antica Kaulon. Nel 1782 esistevano in Calabria 42 miniere, di cui 23 per l’estrazione dell’argento misto a piombo proprio a Bivongi.
Il nostro paese, insieme a Stilo, Badolato e Reggio Calabria, costituiva uno dei distretti minerari più importanti del Meridione.
Un grande merito va riconosciuto alla Società Breda, che fu la sola a sfruttare in maniera imprenditoriale e redditizia questa risorsa, creando occupazione e arricchendo il nostro tessuto sociale con il lavoro e la competenza delle sue maestranze.
Purtroppo, questa fase felice fu stroncata dalla solita mano malefica: quella dello Stato centrale. In questo caso, fu il Ministero dell’Industria e del Commercio a compiere un’azione demolitrice e penalizzante verso il Sud, costringendo la Breda ad abbandonare tutto.
Un altro colpo inferto alla nostra terra, già provata da condizioni svantaggiose e da un’emigrazione forzata che ha prosciugato le nostre comunità. E come se non bastasse, pochi giorni fa la presidente Giorgia Meloni, inveendo ancora sul “morto”, ha varato una legge che penalizza ulteriormente i paesi interni come il nostro. Così, a breve, resteranno solo ruderi a ricordare che qui c’è stata vita.
Ma, ormai, siamo entrati in una fase di grande apatia, indifferenza e, lasciatemi dire, masochismo collettivo. Accettiamo ogni sopruso in silenzio, anche se ci fa male.
Quando ero piccolo mi dicevano:
“Impara la storia, che è maestra di vita.”
Nel mio piccolo, con questo scritto, ho voluto ricordarvi una paginetta della nostra storia.
Articolo di Mario Murdolo