Articolo di Francesco Marrapodi.
Si tratta dell’ultimo grande lavoro dello scrittore cosentino Domenico Marino. È un libro che non si legge: si attraversa, come si attraversa una tempesta, una rivelazione, un cratere ancora fumante della storia italiana.
Pasolini giornalista, l’ultimo monumentale lavoro dello scrittore e ricercatore cosentino Domenico Marino, è un’opera che non si limita a raccontare Pasolini. Lo evoca. Lo convoca. Lo rimette in cammino tra le nostre coscienze assopite.
E ci dice, senza mezzi termini: dimenticate tutto ciò che pensavate di sapere. Perché prima del poeta eretico, prima del regista scrupoloso, prima del profeta solitario assassinato all’Idroscalo, c’era — e c’è — un altro Pasolini: il giornalista.
L’intellettuale da prima linea. L’uomo che scriveva ogni articolo come se fosse l’ultimo. Che brandiva la parola come un’arma, mai per compiacere, sempre per colpire. Un artigliere della verità, un nemico naturale dell’ipocrisia, del potere, della menzogna sistemica.
In queste pagine Marino costruisce un’opera tanto rigorosa quanto travolgente. Non un saggio, non una biografia: un campo magnetico. Una mappa che attraversa tre decenni di scrittura militante, dagli esordi nella Bologna della formazione fino alla stagione “corsara” e “luterana”, fino a quel grumo di fuoco che precede la morte violenta del 2 novembre 1975.
Ogni articolo analizzato è una scheggia. Ogni parola di Pasolini risuona come un colpo di cannone sparato in un deserto morale. E Marino, con passo sicuro e voce limpida, ci guida tra lettere, invettive, editoriali, visioni. Senza mai addomesticare, senza mai addolcire. Pasolini è restituito nella sua foga e nella sua lucidità, nella sua rabbia e nella sua compassione. È una fiamma viva.
Ma c’è di più. Il libro contiene due interviste esclusive — a Giulia Maria Crespi e Piero Ottone — testimoni privilegiati dell’approdo clamoroso di Pasolini sulle colonne del Corriere della Sera nel 1973. Un evento che spaccò l’opinione pubblica, che turbò i salotti buoni e scardinò l’immobilismo editoriale. Pasolini in prima pagina: come un virus nel cuore del sistema.
Marino, con coraggio e rigore documentale, pubblica integralmente la relazione finale della Commissione parlamentare antimafia sul caso Pasolini. Un documento inedito, mai portato finora alla luce, che riapre la ferita dell’assassinio. Che parla di depistaggi, di manomissioni, di piste insabbiate. E che rilancia una domanda: Pasolini è stato ucciso solo per ciò che rappresentava? O anche per ciò che stava per rivelare?
La pellicola scomparsa di Salò o le 120 giornate di Sodoma, il manoscritto sparito, le connessioni con ambienti oscuri — tutto torna, inquietante, nel quadro tracciato da Marino. E lascia un’eco che non si spegne.
A introdurre l’opera, la voce autorevole della professoressa Caterina Verbaro, una delle massime studiose pasoliniane. Le sue parole sono un sigillo:
“Questo libro è una sintesi potente della vocazione civile di Pasolini. Non raccoglie solo articoli: raccoglie scosse elettriche. Ogni riga è un gesto politico. Ogni tema, un colpo di verità.”
Con Pasolini giornalista, Domenico Marino firma l’opera che mancava.
Quella che rimette insieme i pezzi di un pensiero troppo spesso frainteso, rimosso, sterilizzato.
Un libro necessario, ruvido, coraggioso.
Un libro che costringe a pensare. A prendere posizione. A rispondere a un’eredità che ancora oggi ci interroga: cosa siamo diventati dopo Pasolini? E più ancora: abbiamo il coraggio di ascoltarlo davvero?